Perché i colori si chiamano così?

Quanti nomi hanno i
colori? Dipende dalla parte del mondo in cui ci troviamo. Per gli abitanti della Nuova Guinea piuttosto pochi, per un europeo molti, per un russo ancora di più. Ma c’è un tratto universale nella
denominazione dei colori: l’ordine con cui i nomi fanno la loro comparsa nelle lingue delle diverse culture, prima il
bianco e
nero (chiaro e scuro), poi il rosso e così via. A determinare questa gerarchia sono processi culturali e aspetti fisiologici, ovvero la sensibilità degli occhi alle
lunghezze d’onda della luce. Lo afferma, in uno
studio pubblicato su
Pnas, un gruppo di ricerca coordinato da
Vittorio Loreto dell'Università Sapienza di Roma e da Francesca Tria dell’
Institute for Scientific Interchange (Isi) di Torino.

Negli anni Sessanta gli antropologi Brent Berlin e Paul Kay dimostrarono che nelle diverse culture esistono da un minimo di due a un massimo di
11 nomi utilizzati per identificare i colori. La cosa sorprendente è che tra questi nomi esiste una
gerarchia ben definita: prima vengono il bianco e nero, segue il rosso, poi il verde e il giallo, il blu, il marrone, infine il gruppo dell’arancio, viola, rosa e grigio. Detto in altre parole, se una popolazione possiede un nome per il colore rosso lo avrà sicuramente anche per il bianco e nero, mentre non è vero il contrario; se lo ha per il blu lo avrà anche per il verde, e non viceversa.

Ma da dove nasce questa gerarchia universale? Per rispondere, i ricercatori hanno simulato un gioco al computer (
in silico), il cosiddetto
Category Game. I protagonisti sono
individui virtuali, chiamati agenti, ognuno dei quali può rivestire due ruoli,
speaker e
hearer, che hanno occhi per vedere i colori ma non le parole per descriverli. Immaginiamo che uno speaker debba scegliere tra due oggetti di diverso colore (ovvero due punti dello spettro visibile). Per far capire all’hearer quale oggetto/punto ha scelto, lo speaker inventa un nome e lo comunica al suo compagno. Quest’ultimo lo attribuisce al punto dello spettro che ha intuito e lo usa per comunicare con altri agenti. Dopo migliaia e migliaia di conversazioni, tutti gli agenti della popolazione arriveranno ad attribuire a ogni oggetto/punto uno stesso nome, pena la buona riuscita della comunicazione. A questo punto ogni colore avrà il suo
nome.

Il presupposto del gioco è dotare gli agenti della stessa
sensibilità ai colori degli esseri umani, compresi i limiti percettivi. Per farlo, ci si riferisce alla
Just Noticeable Difference, cioè la distanza minima necessaria per riconoscere due punti sullo spettro come colori differenti. Questa distanza varia, nel senso che, a parità di differenza di
lunghezza d’onda, facciamo più fatica a
distinguere tra due tipi di rosso che tra due tonalità di giallo. In altre parole, ci sono colori di cui cogliamo meglio le sfumature.

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Fonte : Wired.it

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