Volunia ha ancora un futuro?

Dopo l’
addio di Marchiori, cosa aspetta Volunia? Farà la fine della Concordia, come suggerisce una caricatura che circola in Rete con Marchiori paragonato a Schettino? Il ricercatore nella sua lettera pubblica è stato chiaro:
“Non guiderò più il team, non troverò più soluzioni a tutti i problemi che quotidianamente usciranno nel progetto, tantomeno darò supporto per il codice e gli algoritmi che ho ideato e che sono attualmente usati in Volunia. Non darò al progetto tutte quelle cose che avevo pensato per farlo crescere, per restare sempre davanti agli altri”. Ergo, Volunia va a rotoli. Davvero? Sì, probabilmente sì. Anche perché Marchiori non era solo il co-fondatore e la guida tecnica di Volunia, ma anche quello che aveva messo in piedi il
team di sviluppo. Si tratta quasi esclusivamente di suoi ex studenti, diversi dei quali avevano pure lasciato il posto di lavoro o rinunciato ad altre occasioni per seguire il prof. Non sappiamo che succederà, ma siamo certi che l’assenza di Marchiori inciderà sulla loro volontà e capacità di portare avanti il progetto.

Anche se… Marchiori ha scritto:
“Personalmente, quello che per ora mi resta di Volunia, nella situazione attuale, è la parte imprenditoriale: le mie quote sociali, il mio posto nel consiglio d’amministrazione”. Cioè insomma, se ne è andato sbattendo la porta, ma tenendosi le chiavi in casa per tornare. E il fatto che l’altro co-fondatore,
Mariano Pireddu (quello che ci ha messo oltre due milioni di euro) non abbia risposto pubblicamente a Marchiori lascia quantomeno aperta l’ipotesi di un ritorno del prof sulla plancia di comando con un ruolo nuovo e più centrale. Mera ipotesi: è stato proprio per questa sua volontà, almeno stando a quello che lui stesso ha spiegato, che Marchiori è stato
“invitato” a farsi da parte.

Per ora Volunia va avanti, con o senza Marchiori. Anche se il mondo delle startup non ci crede molto.
Gianluca Dettori (Dpixel) offre sul proprio
blog il punto di vista dell’investitore:
“Il fondatore di Volunia parla come se questa fosse uno strano oggetto esterno, al quale lui decide o no di contribuire con un meccanismo misteriosamente gestito dalla governance e dai ruoli sui biglietti da visita. Non esprime il minimo dubbio sul fatto che il prodotto è perfetto. Sono i suoi algoritmi, il suo progetto bellissimo, ma bisogna saperlo spiegare e presentare. Colpa del marketing, del lancio sbagliato. Che non basta avere una bella idea per farcela ma – ahimé – bisogna anche portarla sul mercato. […] da venture capitalist, ragionamenti di questo tipo mi fanno inorridire. Questi sono esattamente gli imprenditori (Marchiori è socio fondatore e persona chiave della startup Volunia, non è solo un matematico) da cui cerchi di stare alla larga”.
Marchiori è stato attaccato per la sua lettera in cui, queste le accuse che gli vengono mosse, lancia la spugna e abbandona tutti, scaricando sugli altri le colpe del fallimento del progetto. A criticarlo, fra gli altri, 
Stefano Bernardi, anima di
Italia Startup Scene (Iss):
“Fare una startup non è un gioco. Non è come una carriera accademica. Non basta dire di aver inventato Google, bisogna inventarlo” (Bernardi ha poi sottolineato che non voleva denigrare il lavoro dei ricercatori). Il motivo per cui agli startupper Volunia non è mai piaciuta è che ha ricevuto
troppa copertura mediatica, arrivando a essere identificata come la startup italiana per eccellenza, pur senza avere un valido prodotto e per giunta senza averlo ancora lanciato. Nel bar degli startuppari (detto in positivo) che è diventato Iss su Facebook,
Francesco Inguscio (Nuvolab) ha commentato:
“ Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce". Il riferimento è all’evento
Italian Rainforest che si terrà a Roma venerdì e che ha come obiettivo la crescita dell’ecosistema delle imprese innovatrici in Italia, a cui secondo l’opinione comune Volunia ha fatto più male che bene.

In difesa di Marchiori si è esposto
Riccardo Luna, fondatore di 
Wired Italia, prendendo voce sul proprio
blog. Luna ha parlato della
cultura del fallimento che manca in Italia, difendendo Marchiori per averci provato. Anzi elogiandolo per lo
spirito innovativo e la volontà di creare qualcosa di nuovo e di utile per la gente restandosene in Italia e rifiutando di ascoltare le sirene che lo chiamavano all’estero:
“Cerchiamo di capire di che e soprattutto di chi stiamo parlando. Massimo Marchiori non è uno startupper, ma un matematico e un ricercatore universitario”. L’errore di Marchiori è stato forse proprio questo: essere rimasto un ricercatore mentre faceva lo startupper.

 

Fonte : Wired.it

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